Elephant costituisce il capitolo centrale di una trilogia che comprende anche i film Gerry e Last Days, pellicole di soggetto diverso, accumunate dalla presenza della morte: un finale annunciato che si determina quasi meccanicamente dalle prime riprese, culmine di un climax e momento di composizione del tutto. Tutte e tre si ispirano a fatti di cronaca, tutte e tre posano lo sguardo, coraggiosamente, là da dove nessuno è tornato per raccontare – nel nostro caso, la giornata di alcuni ragazzi prima e durante il massacro della Columbine High School.
L’occhio della cinepresa segue i movimenti dei personaggi con lunghi piani sequenza, e arriva tante volte a inquadrarne la nuca, il viso, quasi a voler spiare le loro vite; non ci sono musiche
(ad eccezione di per Elisa di Beethoven, eseguita da uno dei due carnefici), la colonna sonora si compone di rumori esterni che si sovrappongono, e i nomi dei ragazzi ce li rivela una scritta bianca che appare su sfondo nero. Eppure, nonostante gli sforzi per calarsi nella realtà di ciò che accade, resta l’impressione di guardare da fuori: lo spettatore si trova gettato in una molteplicità di esistenze che si incrociano per caso, en passant, senza rivelarsi pienamente, né chiarire il movente delle proprie azioni. E’ impossibile dar respiro a una narrazione: le categorie di spazio e di tempo vengono scardinate, dilatate, alcune scene si ripetono cambiando punto di vista, tutto è già stabilito prima di accadere. Ciò che conta sono gli istanti – quei brevi istanti su cui la cinepresa torna più volte, quasi stesse cercando di documentarsi su fatti già avvenuti, senza tuttavia capirne il senso.
Il tema della fotografia è centrale nel film, una metafora della stessa indifferenza “scientifica” con cui l’obiettivo della telecamera interroga l’accaduto: alcune scene rallentano fino a “fissare” determinate inquadrature; in più uno dei ragazzi è fotografo (lo vediamo spesso al lavoro) e riesce ad immortalare Alex ed Eric appena prima che diano inizio alla strage. Da questo momento, lo sguardo che passava freddamente da un episodio all’altro è costretto a concentrarsi tutto su una vicenda: i corridoi si svuotano, si sentono grida, spari, esplosioni, ci sono cadaveri.
L’atmosfera placida e luminosa dell’High School viene rivoltata in un battibaleno, si fa tetra, tesa, tempo e spazio riprendono le loro consuete proporzioni e tutto accade maledettamente in fretta.
Assistiamo all’eliminazione di quasi tutte le altre vicende; la telecamera si focalizza su un personaggio nuovo, ma torna quasi subito sui due assassini, vede brutalmente abbattere gli altri protagonisti.
Alex ed Eric, carnefici, sembrano a loro volta prede di un nichilismo radicale che impedisce loro di distinguere ciò che è divertente da ciò che è mortalmente serio (sono ingenui, parlano e agiscono come se vivessero in un videogioco, sono attratti dal nazismo, e poco prima della strage si dicono eccitati: “allora, oggi si muore”). L’assenza di senso dell’universo attorno ai due contrasta con il rigore e la lucidità del loro piano (che, tuttavia, continua a non avere un perché). E’ come se i due ragazzi facessero convergere (distruggendole) tutte le esperienze altrui nella propria, e in essa unificassero la molteplicità caotica di vite e destini presente nel resto del film. Ma non vogliono solo, banalmente, diventare gli unici protagonisti: eliminando per ultima la loro stessa vicenda, avranno creato una sorta di terrificante Assoluto.
“Mai ho visto un giorno così brutto e così bello” ammette Alex, il fucile in braccio e gli occhi sognanti, mentre si aggira entusiasta tra il terrore e la devastazione che ha provocato.
A questo punto, però, la freddezza della telecamera sembra venir meno, e chi la manovra forse non vuole più guardare: l’ultima scena rimane senza conclusione, appare un cielo nuvoloso, echeggiano ancora le note di per Elisa, ma degli strani rumori contaminano la melodia. Entrano i titoli di coda. L’idea che si possa realmente comprendere ciò a cui si è appena assistito deve abdicare davanti a un vuoto così spaventoso.
Eppure, sembra volerci dire il titolo del film, distogliere lo sguardo sarebbe come non voler vedere un problema ingombrante e pericoloso, pachidermico.
martedì 11 maggio 2010
giovedì 6 maggio 2010
giovedì 29 aprile 2010
Il castello d'oro (di Elisa Della Martire)
Cosa fanno il nostro corpo e le nostre mani, su di noi? E' come una mappa di un mondo che non possiamo mai raggiungere. Eppure c'è chi crea opere immortali, chi sceglie di sacrificarsi, altri che amano ad arte e donando le migliori delizie.
Le nostre doti non devono rimanere chiuse in uno scrigno. Se finisce, cade o si crepa ciò che era stato creato noi perdiamo...Non so dire cosa perdiamo. E poi c'è chi dice che noi stessi siamo stati creati proprio come delle opere d'arte. Ma dio che bisogno aveva di farlo, se è tanto perfetto? E cosa prova, al momento della privazione, della morte di uno di noi? Se dio si eterna in noi, nella fede, o come la vogliamo chiamare, cosa succede in lui quando noi moriamo? Io quando perdo uno scritto, quando lo dimentico o lo "uccido", quando rimane monco o perdo nell'aria un'idea, è come se perdessi un castello d'oro, che dà su montagne nuove, un panorama sconosciuto, che a volte diventa arido e orribile. Allora mi sento come se anch'io mi seccassi, guardando dalle finestre di quel castello d'oro.
A volte il lavoro si ferma ancora prima che io possa contemplare bene dalla finestra, a volte l'aria è più forte dell'oro del castello e tutto svapora via. Non riesco a lasciare in pace i miei castelli, tutti crollano, per un motivo o per l'altro, ancora prima di poter dare il primo ballo, e invitare ospiti, e abbellire con colori e nastri quello che è solo un castello della mia anima. Quanto vorrei essere meno razionale, esserlo il minimo, come una mollichina caduta dal coltello del pane. Come vorrei non sentire il bisogno di esprimere quello che sento, oppure, sentendolo, farlo gioiosamente e imperiosamente, come l'imperatrice di quel castello. Ma i lacchè sono disubbidienti e presto cade tutto nell'anarchia, nel dubbio, nel soqquadro, nel sogno. Nell'incubo, nella ripresa della parola dopo la magia dello spettacolo, o peggio, all'intervallo. Chi ha inventato gli intervalli nei teatri? Nei pochi momenti in cui non mi scoccio perché qualcuno chiede sempre: "ti sta piacendo?" entro però in un sogno pieno di ombre, rivedo i personaggi della messinscena, e tutta la finzione diventare la mia finzione, più reale ancora dentro la mia lente di ingrandimento interiore, mi fa tanto male.
E si riempiono di mostri le sale, le scalinate, le terrazze, si riempiono di voci che ho creato io stessa e che non riconosco più. Ecco che inizio a dipingere il castello d'oro dei colori dell'ambiente circostante, per ingannare la vista, ma in quei momenti l'oro diventa più pesante ancora, più luccicante, e mi prende in giro, diventa rocca silenziosa, una rupe, da cui pendo inerte.
Quel castello non sono io. In realtà non so più dove sono io. E se mi perdo, mi perdo comunque, sempre in solitudine, perché l'uomo pensa di potersi eternare, di poter vivere dopo la morte? Perché vuole lasciare qualcosa? E non si impegna invece a poter vivere, a capire che cos'è vivere veramente. Che importa se moriamo raffazzonati, raccolti in un corpo a malapena? Noi amiamo per lasciare per sempre, l'unica cosa in cui siamo bravissimi è lasciare per sempre. Ma cosa lasciamo, questo non ci interessa più.
giovedì 22 aprile 2010
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con il Prof. Alfieri dello scorso 15 Aprile
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del 22 Aprile!
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A presto
lunedì 19 aprile 2010
Evento 22 aprile 2010 (Prof. Leonardo V. Arena)
Come insegna Elémire Zolla
nelle prime pagine del suo "Lo stupore infantile":
"il gioco è l'apice dell'uomo"
giovedì 15 aprile 2010
sabato 10 aprile 2010
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